Cronache di una fiera andata a male

Tempo fa la mia migliore amica, Maria, tornando dall’annuale appuntamento fieristico dedicato alle spose, mi disse: “Stefania l’anno prossimo dobbiamo assolutamente andarci insieme”. Così dopo aver sfogliato decine e decine di riviste, navigato per ore su internet alla ricerca di uno stile che fosse adeguato alle mie esigenze, percorso strade che mi ricordavano l’evento grazie a enormi affissioni pubblicitarie, quel giorno è arrivato.

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Ero già stanca di mio, colpa dello stress, del carico lavorativo e delle ore sfiancanti di tennis, e lo ammetto avevo letteralmente sonno. Mi sono lasciata sopraffare dalla disinvoltura delle “colleghe spose” e dai dettami e dalle reiterate domande delle hostess.

E’ tutto molto bello, tutto molto bianco, tutto molto patinato, tutti molto sorridenti, tutti molto gentili, tutti molto insistenti.

Ma cominciamo dall’inizio. Io e Maria ci incontriamo sulle scale del Palazzo dei Congressi, dopo averlo cercato e vagato per le strade dell’Eur per circa dieci minuti. Capiamo sin da subito che sarebbe stata una Caporetto.

Si aprono le porte di ROMA SPOSA (l’Anteprima perché quella “vera” e più “grandiosa” si svolgerà a gennaio). Il Palazzo dei Congressi è diverso da come lo ricordavo l’ultima volta, è diventato più femminile, più eccentrico. I padiglioni si dividono in stand che nascondono vere e proprie vetrine di atelier di abiti di nozze, agenzie viaggio, ristoranti, agriturismi. Tutte categorie merceologiche che si occupano del fantastico mondo delle nozze, dalle firme più prestigiose della moda e della fotografia, alla ristorazione e agli addobbi floreali. Un vero e proprio tiranno della speculazione economica, alla faccia del romanticismo!

Quel che ci colpisce immediatamente sono gli abiti da sposa, protagonisti principali della manifestazione fieristica. Ce ne sono di tutti i tipi: bianchi, rosa, gonfi, meringosi, pieni di strass e swarovski.  Pizzo chantilly, organza, tulle e seta. Figlia di una sarta, povera mamma, conosco solo il cotone e la lana, non ho saputo apprezzare quei mille tessuti ai miei occhi tutti uguali. Ma non ero l’unica. Maria è messa peggio di me. (chi si piglia, si somiglia!)

Decidiamo di vedere una sfilata, Carnevali Spose, per entrare nell’atmosfera e sentirci fighe ascoltando i dettagli degli abiti che sfilavano in passerella, ma tutte le sedie erano già prese e optiamo per una stancante visione in piedi. Rimaniamo deluse perché non c’è nessuno a spiegare a noi ignorantone le raffinatezze stilistiche dei pregiati abiti da sposa che sfilano fluttuanti. La nostra attenzione viene attirata da due categorie di essere umano presenti alla passerella: le mamme delle spose e i fidanzati. Modelli stereotipati sin dalla notte dei tempi, i due mammiferi si muovono seguendo stili e utilizzando linguaggi diversi e settoriali.

Le mamme delle future spose sono sagge, veloci e ferree. Sedute in prima fila, indicano con fare nazista quale abito va bene e quale no. Dispensano consigli e non accettano domande stupide dalle loro figlie. Inorridiscono guardando le figlie delle loro simili pensando “mia figlia è più bella”. Le più attempate autoproducono del fresco sul loro corpo utilizzando dépliant arrangiati a ventaglio. Le più tecnologiche sfoderano l’ultimo smartphone a colpi di flash. Sono i critici peggiori. Non commentano solo i vestiti, ma anche i corpi delle modelle: non hanno “le physique du rôle”, sono troppo buzzicone. Nonostante tutto seguono l’etichetta e applaudono sempre alla fine di ogni sfilata.

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Poi ci sono i fidanzati delle spose. Per far capire il prototipo è necessario fare un passo indietro: loro non pagano, acquistando un biglietto intero, entrano gratis. Inutile chiedersi il motivo. Nelle sfilate sono posizionati dietro tutti, disinteressati giocano con il proprio cellulare o guardano altre ragazze. Tra questi si distinguono gli uomini “ma sei sicuro d’essere eterosessuale?”, il cui comportamento si caratterizza per l’eccessiva dose di aggettivi e sulla richiesta ossessiva e compulsiva del beneplacito della propria fidanzata su ogni abito (a cui non piace nessun vestito) e gli uomini “sotto il vestito niente” il cui orientamento sessuale emerge immediatamente, esplicitato dalle parole “questa è proprio gnocca!”.

I piedi iniziano a far male e decidiamo di proseguire il nostro viaggio all’interno dell’esposizione. Ci colpiscono le bomboniere particolari, ci colpiscono i cosiddetti cake toppers (ce ne sono per tutti i gusti), ci colpiscono (letteralmente) le hostess con quei maledetti dépliant che alla fine della giornata diventano un malloppo troppo pesante da trasportare.

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Avanziamo con fare da bradipo, allettate solo dall’idea di assaggiare qualche sfiziosità offerte dai servizi di catering. Nel mentre abbiamo tentato la fuga, scoprendo nostro malgrado che il percorso “a ostacoli” era praticamente obbligatorio. Per l’uscita bisogna seguire il percorso. E due ore dopo noi eravamo fuori. Finalmente.

Cosa abbiamo imparato da questa esperienza?
Innanzitutto che esistono una serie infinita di tessuti e avrò bisogno della mamma (sarta) per scegliere l’abito.
E’ pura sopravvivenza imparare a dire di no (alle hostess).
Che il fantastico mondo delle nozze non fa per me.
Che è indispensabile partecipare alle fiere riposati e svegli.

Ma, soprattutto, è fondamentale ricordarsi la data del proprio matrimonio
“Ha già scelto la data?”
Impossibile cadere sulla prima è più semplice delle domande, ma io ci son riuscita!!!

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One thought on “Cronache di una fiera andata a male

  1. Pingback: Parliamo di cose serie: l’abito da sposa | agostodelduemilaquindici

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